Pizzo (noto come Pizzo Calabro ma ufficialmente solo Pizzo), è un comune italiano di poco più di 9.000 abitanti della provincia di Vibo Valentia, famoso per il tartufo.
È situata su un promontorio, bagnato dal Golfo di Sant’Eufemia di fronte all’isola di Stromboli.
Storia
È stata fondata da Nepeto ai tempi della antica Grecia. Gli abitanti infatti prendono il nome di napetini o pizzitani.
Il castello testimonia la presenza degli aragonesi nel XV secolo.
Proprio in questo luogo, il castello Aragonese, fu tenuto prigioniero e in seguito condannato a morte Gioacchino Murat, re di Napoli e cognato di Napoleone Bonaparte.
Venne fucilato il 13 ottobre, dopo alcuni giorni di prigionia e un processo fatto nella sala principale del castello.
Oggi il castello aragonese di Pizzo viene denominato Castello Murat. All’interno del Castello c’è il museo provinciale murattiano.
Murat fu poi sepolto nella chiesa di San Giorgio.

Gioacchino Murat
Nato in Francia a La Bastide Fortunière il 25 marzo 1767, figlio di un albergatore, sembra esser destinato ad una carriera ecclesiastica, ma fugge dal seminario e intraprende la carriera militare, dove si distingue subito per le capacità di cavaliere e per la sua aria marziale. Dopo un inizio sfortunato, causato da un atto d’insubordinazione, la sua carriera militare è veloce e piena d’allori; l’8 febbraio 1792 è nominato nella Guardia Nazionale, capitano nell’aprile 1793 ed aiutante di campo di Napoleone con il grado di generale di brigata nel maggio del 1796. Dopo un inizio sfortunato, causato da un atto d’insubordinazione, la sua carriera militare è veloce e piena d’allori; l’8 febbraio 1792 è nominato nella Guardia Nazionale, capitano nell’aprile 1793 ed aiutante di campo di Napoleone con il grado di generale di brigata nel maggio del 1796. Ha l’opportunità di dimostrare ancora il suo coraggio e la sua capacità di trascinatore nei vari scontri del 1800 in Italia, soprattutto durante la battaglia di Marengo del 14 giugno 1800. Un anno dopo il matrimonio (21 gennaio 1801) diviene padre di Achille-Carlo-Luigi-Napoleone ed alla fine dello stesso anno arriva alla tanto agognata carica di generale in capo.
Il 25 aprile 1802 nasce la secondogenita Maria-Letizia-Giuseppina-Annunziata e a Milano, il 16 gennaio 1803, con la nascita di Luciano-Napoleone-Carlo-Francesco, diviene padre per la terza volta. Ritornato in Francia, dopo esser stato acclamato ed osannato nella natia La Bastide, viene nominato governatore di Parigi, comandante delle truppe della Prima Divisione Militare e della Guardia Nazionale e, nel maggio 1804, diviene anche Maresciallo e grande ammiraglio dell’Impero.
Il 22 marzo 1805 Napoleone dona alla sorella Carolina l’Eliseo, per la nascita della quarta ed ultima figlia Luisa-Giulia-Carolina e nello stesso anno Murat ha l’opportunità di distinguersi nella campagna di Prussia, culminata con il successo ad Austerlitz (2 dicembre 1805), e che si conclude vittoriosamente con la firma della pace di Presburgo. Questa campagna fa evidenziare tutti i difetti e tutti i pregi del futuro re di Napoli; errori tattici e decisioni impulsive hanno messo a rischio il successo finale della campagna, ma l’audacia e la capacità di guidare gli uomini in battaglia permettono a Murat di essere definitivamente considerato un maestro di cavalleria. Grazie all’importanza delle sue vittorie il 15 marzo 1806 gli vengono conferiti dal cognato Napoleone i Ducati di Clèves e di Berg. Negli ultimi quattro mesi del 1806 Murat ha ancora modo di dimostrare, durante la campagna di Prussia, le sue innate capacità di condottiero.
A Jena le cariche travolgenti della sua cavalleria frantumano l’esercito prussiano e coraggiosi stratagemmi a Stettino permettono la capitolazione della guarnigione. Ormai la Prussia senza esercito non dà preoccupazioni a Napoleone, ma l’avvicinarsi dell’esercito russo lo costringe ad intraprendere una nuova campagna.
Dopo la gloriosa entrata in Varsavia (28 novembre 1806) ed alcuni vittoriosi combattimenti di cavalleria, si arriva alla battaglia di Eylau (8 febbraio 1807) dove il futuro re di Napoli guida la più imponente e celebre carica di cavalleria (Napoleone al termine dello scontro afferma che la battaglia è stata vinta da Gioacchino Murat). Terminata la campagna di Polonia l’Europa intera è ormai ai piedi di Napoleone ma Murat deve ancora attendere per cingere una corona. Dopo il Trattato di Tilsit la situazione dell’Europa del Nord è tranquilla, ma si prevede che la penisola Iberica sarà teatro di nuovi scontri bellici. Nel 1807 il Portogallo viene conquistato dalle armate francesi del maresciallo Junot ed il 27 febbraio 1808 Gioacchino Murat varca la frontiera con la Spagna; il 10 marzo occupa Vittoria ed il 16 è ad Aranda. Il 23 marzo 1808 l’esercito francese entra a Madrid, nella speranza di essere visto dagli spagnoli come liberatore; viene invece attaccato dal popolo, in quanto i francesi si ergono protettori dell’odiato Godoy (ministro del sovrano spagnolo Carlo IV, fatto rifugiare in Francia). Il mattino del 2 maggio vede l’inizio dei disordini in tutta Madrid e solo a sera i francesi ritornano padroni della città, dopo duri e sanguinosi scontri; il 5 maggio 1808 si firma il trattato di Bajona tra spagnoli e francesi, che mette fine alla campagna spagnola di Murat. Con missiva datata 2 maggio Napoleone offre al cognato la possibilità di scelta tra diventare re di Napoli o re del Portogallo, soffocando così le velleità di Murat ad indossare il manto regale spagnolo, dato da Napoleone al fratello Giuseppe Bonaparte, che non lo desiderava affatto. Il 5 maggio1808 Murat accetta di diventare re di Napoli al posto di Giuseppe Bonaparte ed è così che un garzone di scuderia – figlio di albergatore – arriva l’1 agosto 1808 ad essere proclamato re, con il seguente titolo ufficiale “Gioacchino Napoleone per la Grazia di Dio e la Costituzione dello Stato, re delle Due Sicilie e Grand’Ammiraglio dell’Impero”. Da buon generale e combattente Murat, come sovrano, riorganizza per prima cosa l’esercito, dando ad esso l’impronta di quello francese sia come struttura che come armamenti; entrano in vigore riforme legislative della massima importanza: nel 1809 il “Codice Napoleone” ed il “Codice di commercio francese” e nel 1812 il “Codice Penale”; vengono istituiti nuovi tribunali, corti ed uffici del registro. Per le opere pubbliche, Murat destina una forte somma annuale ed istituisce il “Corpo di Ingegneri di ponti e strade” che ha il compito della loro realizzazione. Porta a compimento l’abolizione dei privilegi del feudalesimo e ciò favorisce la formazione di una media borghesia terriera e mercantile. I rapporti con l’imperatore non sono dei più felici, sono forti i dissapori generati dall’entusiasmo dimostrato dal re di Napoli circa l’indipendenza della penisola italica. Napoleone lo chiama a comandare la gran riserva di cavalleria dell’esercito francese nella campagna di Russia, e Murat dà ancora prova di fedeltà al cognato. Raggiunge la Grande Armata a Thorn il 3 giugno 1812 ed ha il primo combattimento ad Ostrowno, dove le perdite francesi sono 187 contro qualche migliaio di Russi.Dopo i primi combattimenti l’esercito russo arretra e non accetta più lo scontro faccia a faccia. Napoleone non sa se fermarsi organizzando le posizioni, aspettando che passi l’inverno, o proseguire fino ad arrivare ad uno scontro decisivo e definitivo. Dopo aver fatto riposare per alcuni giorni uomini e cavalli, l’8 agosto ricomincia l’avanzata francese e in questa fase non ci sono che modesti scontri. Finalmente il 7 settembre la Grande Armata arriva a contatto con l’esercito russo ed ancora una volta Murat dimostra tutto il suo coraggio nella battaglia di Borodino. La mattina dopo la battaglia l’esercito russo è già in ritirata e quello francese ne approfitta per concedersi un giorno di riposo. E’ Murat ad entrare quasi indisturbato a Mosca; spetta a lui seguire l’esercito russo e poi ritornare al Cremlino dove lo attende l’Imperatore, in una Mosca per tre giorni in fiamme.
I francesi, dopo aver atteso invano lo scontro diretto, iniziano a subire le violente cariche dei Cosacchi; comincia così la lenta e tormentata ritirata, che si conclude in una disfatta completa per il sopraggiungere del gelido inverno russo.
Napoleone lascia il comando della Grande Armata a Murat, ma questi, vedendo l’impossibilità di sanare la situazione, raggiunge Caserta il 31 gennaio 1813 e ritorna ufficialmente a Napoli il 4 febbraio.
Segue un altro periodo di rapporti tesi con il cognato e Murat cerca di salvare il suo trono mediante trattative di pace con gli austriaci, non concluse per le eccessive pretese del re di Napoli. Rischiando di rimanere isolato decide di raggiungere l’Imperatore in Germania e di combattere di nuovo al suo fianco, dopo l’avvenuta rottura dell’armistizio.
Il 26 e 27 agosto 1813 combatte a Dresda ed il 18 ottobre a Lipsia, ma verso la fine del mese di ottobre lascia Napoleone, che non avrà più occasione di rivedere, per raggiungere il regno di Napoli dove verifica l’opportunità di allearsi con Austriaci ed Inglesi. Murat vorrebbe riunire l’Italia sotto un solo regno , ma realizzare questo sogno significa avere l’appoggio e l’aiuto di tutte le potenze, senza perdere i contatti con i patrioti dell’Indipendenza italiana. L’11 gennaio 1814 Murat firma con il rappresentante dell’Austria Generale Neipperg la Convenzione di Napoli, con la quale garantisce la disponibilità di 30.000 uomini ed ottiene il riconoscimento alla sua dinastia della sovranità sui territori posseduti in Italia. In questa fase non sono chiari gli intendimenti del re di Napoli che spera in un riconoscimento ufficiale dell’Austria, inoltre non lascia l’aggancio con Napoleone e non perde le possibilità di fare dell’Italia un unico stato. Napoleone è sconfitto e Parigi conquistata; il re di Napoli, malgrado l’aver affrontato l’esercito francese, non è da questi considerato un alleato. Il Congresso di Vienna sta ristabilendo tutte le case regnanti sui territori, come erano nel periodo prenapoleonico. Il 1815 vede Murat isolato. Dopo la notizia dello sbarco a Cannes di Napoleone (che ha lasciato l’Isola d’Elba dove era in esilio), e prevedendo la scelta dell’Austria per il ritorno a Napoli dei Borboni decide di diventare il liberatore dell’Italia. Non avendo l’appoggio delle potenze europee e non essendo ancora matura la coscienza del popolo italiano, l’idea appare difficile da realizzare e troppo prematura, ma Murat, convinto delle sue idee, forte di un esercito composto da circa 40.000 uomini (non tutti di provata esperienza) e con generali valorosi come Lechi, Pepe, Caracciolo, D’Ambrosio e Pignatelli, inizia la conquista dell’Italia Settentrionale. Il 27 marzo vi è il primo scontro con l’esercito Austriaco ed il 30 marzo 1815 per la prima volta nella storia della nostra nazione un documento, il Proclama di Rimini, inneggia all’unità d’Italia ed esorta gli italiani a combattere per raggiungere tale nobile scopo. Il 3 aprile Bologna è conquistata, poi Cento e Ferrara ma, dopo la mancata conquista di Occhiobello e le sconfitte delle divisioni occupanti la Toscana, l’esercito murattiano si vede costretto a ripiegare ed il 29 aprile è ad Ancona. Decide di accettare lo scontro a Tolentino, essendo il punto migliore per dividere con la maggiore distanza possibile le due armate austriache che lo inseguono e per poterle sconfiggere affrontandone, come prevedeva la tattica napoleonica, una alla volta.
A causa degli scontri e delle diserzioni l’esercito napoletano è ridotto a circa 15.000 uomini (affamati e stanchi) e quello austriaco, comandato dal barone Federico Bianchi, è composto da circa 12.000 uomini. Il 2 e 3 maggio 1815 i comuni di Tolentino, Monte Milone (oggi Pollenza) e Macerata vedono lo scontro delle due Armate, che termina con la ritirata dell’esercito napoletano e con la definitiva conclusione del sogno murattiano di arrivare all’indipendenza italiana. Il 18 maggio Murat è a Napoli, ma è costretto a lasciarla subito e raggiunge Cannes il 25 dello stesso mese; qui apprende che ormai non è più il re di Napoli.
Viene a conoscenza della disfatta dell’esercito francese a Waterloo così chè è costretto a vagare in incognito per la Francia e dopo una difficile e pericolosa navigazione, il 25 agosto è a Bastia, in Corsica.
Avute notizie (sicuramente non fondate se non false per attirarlo in una trappola) che la situazione a Napoli è favorevole ad un eventuale suo ritorno; Murat, nella notte tra il 28 e 29 settembre, lascia la Corsica dalla rada di Ajaccio.
Dopo una tempesta, della flottiglia di sei barche a vela, che dovevano raggiungere la Campania, solo due sbarcano l’8 ottobre a Pizzo di Calabria. fficiali ancora fedeli vengono catturati e rinchiusi nel castello di Pizzo . Viene processato e condannato alla fucilazione da una commissione militare: il 13 ottobre 1815, nel castello di Pizzo di Calabria, colpito da sei palle di fucile, perde la vita uno dei più ardenti e temerari cavalieri che la storia italiana ricordi. Ma a Napoli rimane il Murattismo, fino al 1861, allorchè viene coronato il sogno di Gioacchino: l’unità e l’indipendenza d’Italia. A testimonianza del fascino che ha avuto questo personaggio sui patrioti italiani basterà ricordare che Giuseppe Garibaldi, risalendo la penisola nel 1860 dopo lo sbarco dei Mille, rende omaggio a Pizzo di Calabria alla memoria di Murat e invia ad una carissima amica, la Marchesa Pepoli, pronipote di Gioacchino, una delle palle che uccise Murat. “Mando a Lei” scrive “la palla che tolse ai viventi il prode dei prodi, il valorosissimo vincitore della Moscova, Murat, re di Napoli”.
Chiesetta di Piedigrotta
A circa 1 Km. dal centro storico di Pizzo, a pochi metri dalla riva del mare, sorge la Chiesetta di Piedigrotta, massima espressione dell’arte popolare in Calabria ed esempio del genio creativo degli artisti meridionali. La Chiesetta, interamente scavata nel tufo e con una sorgente d’acqua purissima all’interno, oltre che un luogo di preghiera è un tesoro d’arte reso tale da due artisti locali, Angelo e Alfonso Barone, i quali, a colpi di piccone, hanno ampliato la grotta preesistente e altre ne hanno create ornandole poi di una miriade di statue rappresentanti varie fasi della vita di Gesù, della Madonna, dei Santi e dello scorrere del tempo.Nella Chiesetta, lì vedi una grotticina con la nascita del Bambinello, l’asinello, il bue, le genti accorrenti presso Betlemme; in quell’altro angolo un bassorilievo dedicato alla Madonna di Pompei, il sacerdote che celebra messa (il sacerdote è l’autoritratto dell’artista Angelo), inginocchiato un comunicando, i fedeli, gli angeli e due apostoli; in quell’altra grotta San Giorgio a cavallo l’atto di trafiggere il drago (un omaggio a Pizzo di cui il Santo è protettore); in quell’altra ancora “la pesca miracolosa”, e poi ancora San Francesco di Paola rappresentato nel miracoloso evento dell’attraversamento dello stretto di Messina sul proprio mantello, le atrocità delle guerre, S.Antonio da Padova attorniato dagli orfanelli, il Sacro Cuore di Gesù, Bernadette in preghiera davanti alla Madonna di Lourdes, Santa Rita genuflessa all’angelo della morte e tante altre immagini ancora.
Il tutto scolpito con una veridicità e una somiglianza eccezionali. Le espressioni di felicità, di infelicità, di commozione, di esaltazione che sembrano emanare dagli sguardi di queste figure è cosa incredibile e meravigliosa, specie ove si pensi che la materia non è nobile marmo ma poverissimo tufo. Questo splendido scenario, unico nel suo genere e dai colori ambientali mutevoli è molto bello osservano verso il tramonto quando il sole, penetrando dalle finestrelle e illuminando le statue, crea con il buio della grotta un contrasto di luce-ombra originando tutt’intorno un forte senso di drammatica suggestione. L’ambiente della grotta è magico. Non rumori, non suoni: tutto è ovattato. Il silenzio di questo luogo è rotto solo dallo sciarbodìo del mare che sta a pochi metri.
Anche sulle origini di questa Chiesetta, così come per lo sbarco di Re Gioacchino Murat alla Marina di Pizzo si racconta di una violenta tempesta di mare. Verso la fine del seicento, un veliero navigava nel Golfo di Sant’Eufemia. Improvvisamente il cielo si oscurò e il mare si fece burrascoso. I marinai, tutti di Torre del Greco, fecero voto a Maria SS. di Piedigrotta il cui quadro si trovava nella cabina del comandante, di erigere una cappella votiva nel punto ove avrebbero toccato terra in caso di salvezza.
La nave, pur lottando tenacemente contro la furia dei marosi, venne scaraventata contro la roccia e andò in pezzi. Fra tutto quello sfasciume di legname, di vele e di cordame una sola cosa era andata ad appoggiarsi intatta sulla spiaggia: il quadro della Madonna. I marinai, tenendo fede alla promessa fatta scavarono nella roccia una buca e vi depositarono la sacra immagine ripromettendosi di ritornare ed erigere, come promesso, una cappella votiva.
I pescatori locali, temendo che il posto fosse troppo esposto ai marosi, prelevarono il quadro e lo depositarono in una grotta poco distante, ma meno esposta alle intemperie, edificando anche un piccolo altare.
Un mattino, però, dopo una violenta burrasca notturna, il quadro non venne ritrovato al suo posto: il mare aveva invaso la grotta e si era portato via l’immagine
sacra rinvenuta dopo pochi giorni nello stesso luogo ove fu trovata la prima volta.
I pescatori decisero, pertanto, di scavare nella roccia, ove toccò terra la prima volta, una grotta con un piccolo altare ove fu posto il quadro della Madonna. Successivamente fu eretta anche una piccola torre e vi fu posta la campana di bordo della nave, datata 1632.
Per circa duecento anni la Chiesetta di Piedigrotta fu questa. Tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, Angelo Barone affascinato dai racconti che i pescatori del piccolo borgo di Piedigrotta facevano sull’accaduto, sentì dentro l’animò che doveva fare qualcosa per onorare degnamente quell’avvenimento eccezionale. Una Chiesa! Doveva costruire una chiesa perché vi si venerasse quel quadro.
Abbandonata in paese la sua piccola cartoleria, egli si trasferì sulla collinetta a strapiombo sul mare a scavare nel tufo tre metri più alto dal punto dove era stato lasciato dal mare per ben due volte, il quadro della Madonna. Fu un lavoro duro che Angelo Barone condusse da solo con piccone e vanga, riuscèndo a poco a poco, anno dopo anno, a ricavare una grotta abbastanza ampia al centro e altre ne creò ai due lati avendo cura di lasciare, qua e la, grossi blocchi di tufo, su cui egli scolpì, col passare degli anni una miriade di statue di semplice ma toccante bellezza: la natività con relativo presepe, la Pesca Miracolosa, scene di storia sacra ed episodi della vita dei Santi. Angelo Barone andò avanti così sino alla primavera del 1915.
Consunto dalla fatica compiuta e dagli anni, morente, si ritirò nella sua piccola dimora e si racconta che dalla campana della sua lontana Chiesetta giunsero sino in paese, per tutta la durata della sua agonia, lenti rintocchi senza che alcuno ne tirasse la corda.
Quando Angelo spirò, anche la campana di colpo e misteriosamente smise di suonare, fra la meraviglia di tutta la popolazione.
Il frutto di tanta fede e di tanto lavoro non andò perduto perché il figlio di Angelo, Alfonso Barone, smettendo di fare il pittore ed il fotografo si dedicò alla Chiesetta voluta dal padre, riprendendo l’opera lasciata incompiuta da lui con rinnovato ardore scavando sempre più in profondità nel cuore della collina. Sbocciarono così altri gruppi di statue, capitelli con deliziosi serafini, bassorilievi con scene sacre, statue prodigiose come il San Giorgio che uccide il drago e il San Francesco di Paola.
Alfonso Barone vi spese 40 anni della sua vita, dormendo spessa dentro quell’umida cappella, accontentandosi di scarse e frugali colazioni. Morendo, anche lui lasciò spazi da istoriare e altri blocchi da scolpire. Nessuno, però, raccolse i suoi arnesi.
Nel 1969, lo scultore Giorgio Barone, nipote dei due artisti citati, di ritorno dal Canada, restaurò in parte le statue e in un angolo scolpì due medaglioni raffiguranti Papa Giovanni XXIII e John Kennedy.
Da allora la Chiesetta di Piedigrotta è rimata affidata alla custodia di un bravo pescatore del posto che artista non è, per cui l’azione erosiva della salsedine ha fatto sì che in più punti il tufo si sia sbriciolato.
La Chiesetta, testimonianza di fede e miracolosa bellezza, è oggi meta di migliaia di visitatori e costituisce il maggior richiamo turistico di Pizzo. E aperta tutti i giorni e vi si celebra messa il 2 luglio ricorrenza della Madonna delle Grazie a conclusione di una novena che ha inizio il 23 giugno.
La Chiesa Matrice di S.Giorgio Martire sorge nel cuore del centro storico di Pizzo.
Edificata nella seconda metà del ‘500 sulle fondamenta di una preesistente chiesetta, è la prima e la più antica Collegiata della Diocesi di Mileto. Solennemente consacrata nel 1587 e dedicata alla Vergine Maria e a S.Giorgio, come riporta la scritta posta sull’architrave, che reca la data 1632, la Chiesa ha facciata barocca, con bellissimo portale in marmo, opera dello scultore Fontana, arricchito da un fastigio contenente il tondo con il rilievo di S.Giorgio a cavallo che trafigge il drago e, in secondo piano, la principessa e una torre sulla roccia. A sinistra lo stemma dei De Mendoza, signori di Mileto e, a destra, lo stemma della città.
La Chiesa, più volte gravemente danneggiata dai terremoti, fu sottoposta ad ampie e vaste ricostruzioni.
Fino al XVIII secolo, aveva due alti campanili, dei quali furono poi recise le guglie ed accorciate le torri, per la loro precaria stabilità e scarsa resistenza alle scosse sismiche.
In quello di destra vi è un orologio sonoro meccanico del XIX secolo, della Ditta F.lli Solari e in quello di sinistra tre campane in bronzo,grande, media e piccola, la prima del 1727, le altre rifuse rispettivamente nel 1879 e nel 1929.
L’interno, che si presenta ampio e maestoso, è a croce latina, ad una navata centrale, con transetto sormontato da cupola all’incrocio con la navata principale, che poggia su arcate laterali con pseudocolonnato corinzio.
L’altare maggiore è in marmi policromi (sec.XIX).
Nella Chiesa si conservano statue marmoree di ottima fattura : S.Antonio da Padova (sec.XVI), Madonna con Bambino, tradizionalmente venerata come “Madonna del Popolo” (sec.XVI), provenienti dall’antico Convento di S.Antonio, distrutto dal terremoto del 1783, entrambi di scuola del Gagini; S.Giovanni Battista (foto)(sec.XVI), proveniente dal Monastero di Sant’Agostino, distrutto nel 1783, tradizionalmente attribuita a Pietro Bernini; S.Caterina d’Alessandria(foto)(sec.XVI), opera dello scultore M.Carlo Canale; S.Francesco d’Assisi (sec.XVII), proveniente dal Convento di S.Antonio, di autore ignoto.
E ancora : lastra marmorea con bassorilievo, riproducente la Pietà e lunotto con Dio Padre (1a metà del ‘500), di Bartolomeo e Antonino Berrettaro. Numerosi dipinti, olio su tela : l’Annunciazione (sec.XVII) e S.Francesco di Paola (sec.XVII, datata 1717), di autore ignoto; la Madonna, detta “La Salvatrice” (sec.XIX, datata 1832), dono del re Ferdinando IV di Borbone e opera del pittore Michele Foggia; Cristo in gloria (sec.XIX),datato 1833), di Brunetto Aloi, pittore della scuola di E.Paparo;
il Miracolo di S.Nicola di Bari (sec.XIX), di scuola napoletana; il Battesimo di Gesù, tondo inserito nel Fonte battesimale (sec.XIX), di scuola napoletana; Santa Barbara, Angeli Oranti, la Madonna di Pompei e medaglioni del Rosario, degli inizi del ‘900, rispettivamente di A.Barone, di Zimatore e Grillo, di A.Barone e Zimatore.
Nella zona dell’abside : S.Giorgio a cavallo (1923) e l’Ultima Cena (1925), di Zimatore e Grillo.
Sul soffitto della navata centrale : il Martirio di S.Giorgio (1825), di E.Paparo e S.Cecilia (1924)di Zimatore.,
Sui lati delle arcate : Via Crucis in ceramica (1973), dello scultore G.Curatolo.
Sul 1° altare a destra della Chiesa, si conserva un Crocifisso ligneo, opera tardo-settecentesca.
Nella attigua Cappella di S.Anna, si conserva, inoltre, un pregevole Crocifisso ligneo del 1400, tradizionalmente detto “il Padre della Rocca”, proveniente da Rocca Angitola, città-fortezza oggi scomparsa.
Nella Chiesa è sepolto il poeta e scienziato Antonino Anile, nato a Pizzo nel 1869.
Nei sotterranei, in una delle fosse comuni della navata centrale, e precisamente la 3a partendo dall’ingresso, fu sepolto il re Gioacchino Murat, dopo la fucilazione avvenuta nel castello di Pizzo il 13 ottobre 1815.
Museo del Mare
Nella zona della Marina di Pizzo nei pressi del lungomare si può trovare questo meraviglioso museo del Mare.
Il Museo del Mare è diviso in due sezioni:
la prima raccoglie vari utensili per la costruzione delle barche, nonchè attrezzi per la pesca;
la seconda è tutta dedicata al mare ed ospita conchiglie, spugne, madrepore, crostacei, scheletri di cetacei e alcuni squali imbalsamati, di particolare interesse i clype